Ci si domanda spesso se la distinzione tra ciò che è “buono” e “cattivo” abbia radici profonde nell’uomo oppure sia dettata da convenienze nell’interesse della stabilità sociale. In termini formali questa seconda posizione è espressa dalla cosiddetta “legge di Hume”, secondo cui nessun aspetto normativo può discendere dalla semplice osservazione dello stato di cose del mondo o, detto in altri termini, non si può dedurre un precetto da un insieme di premesse che non contenga a sua volta almeno un precetto. Questo perché le cose non sono in sé né buone né cattive, accadono e basta; siamo noi che diamo valori e significati etici a fatti che altrimenti non ne avrebbero alcuno. Dopo tutto, cose che sono vietate in un’epoca o in un contesto culturale sono ammesse e addirittura meritorie sotto diverse condizioni. L’esempio classico è quello dell’omicidio, crimine gravissimo in tempo di pace ma sommo atto di eroismo in guerra. E ciò è tanto più condiviso nell’epoca attuale di relativismo etico, nella quale sembra che l’utilità pragmatica sia l’unico metro per misurare il valore morale delle azioni umane.
Eppure, se guardiamo alla parte più profonda di noi stessi, ci rendiamo conto di una luce che infallibilmente ci guida... (Leggi tutto l'articolo su meditare.it)
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