martedì 21 febbraio 2012

Scuola di obiettivi o scuola di senso?


Nella nostra società, pragmatica e per certi versi superficiale, senso e scopo tendono a identificarsi. Avere scopi, obiettivi, piani è la stessa cosa che trovare un senso nelle attività, e più in generale nella vita. La sosta, il silenzio, il puro esserci vengono dai più equiparati alla noia e temuti, quasi fossero una sorta di figura della morte. In realtà senso e scopo non coincidono affatto. La vita di un mistico non ha molti scopi, ma la profondità della sua contemplazione può arrivare fino a intuire la recondita armonia che è il senso dell'intero universo; nella sua autobiografia Romano Guardini scrive: "Parecchie volte, specie negli ultimi anni, ebbi la sensazione che la verità mi stesse dinanzi come un essere concreto". Di contro, io stesso ricordo che, nel periodo in cui lavoravo come sviluppatore di software, nonostante avessi una moltitudine obiettivi da realizzare, bruciavo di una continua insoddisfazione per non capire né intuire la radice della mia stessa vita.
La scuola è funzionale alla società e alla cultura dominante, per questo è fondamentalmente come una scuola di obiettivi. Agli studenti viene richiesto soprattutto di sviluppare determinate abilità (di calcolo, di traduzione, ecc.) e di assimilare una congrua dose di nozioni. Ben poco viene fatto per inquadrare questo bagaglio di conoscenze/competenze in un opportuno contesto di senso. Anche perché il fulcro intorno a cui ruota l'intera attività scolastica è la dinamica premio-punizione su cui si fonda il sistema valutativo. I giudizi sono formulati sulla base del raggiungimento di obiettivi non concordati, con una oggettività che riduce la complessità della persona (cioè il senso) alla somma delle parti, e in tal modo irrimediabilmente la perde. Lo studente è sempre passivo in tale processo, sia che questo si risolva negativamente con la sua esclusione che positivamente con la sua inclusione. Nella scuola degli obiettivi non è infrequente che creatività e autonomia siano fonte di problemi per chi le manifesta, mentre esuberanza e affermazione di sé lo sono sempre.
Eppure molti studenti si percepiscono nei confronti delle materie studiate come più centrati sul senso che sugli obiettivi. Di fatto, non manca nei giovani l'anelito verso una crescita autentica che vada ben oltre l'acquisizione di nozioni e abilità circoscritte: è sorprendente quello che hanno da dire, se solo uno si prende la briga di ascoltarli.
Gli obiettivi possono anche essere imposti dal di fuori, ma la ricerca del senso è un percorso che parte dall'individuo. Un percorso in cui l'individuo ha domande da porre, le cui risposte dovrebbero venire dalla scuola, se è in grado di darle. Ma dall'altro lato della cattedra difficilmente arrivano risposte, piuttosto altre domande, il più delle volte lontane anni luce da ciò che in quel momento è sentito come urgente e reale (è stato detto che la scuola è l'unico luogo in cui chi sa fa domande a chi non sa). Nella maggior parte dei luoghi della socializzazione (siano essi negozi, uffici, ambulatori o altro) le persone si recano con dei problemi che gli operatori cercano di risolvere; nella scuola sono coloro che hanno mansioni e responsabilità a creare problemi agli utenti, una non invidiabile caratteristica che il sistema scolastico condivide con quello giudiziario e con l'amministrazione militare.
Questo stato di cose - la scuola degli obiettivi, intendo dire - non è sentito da tutti come problema; anzi, per gran parte delle persone è giusto che sia così. Sono infatti in molti a pensare che questo sia, se non l'unico, quantomeno il migliore dei mondi possibili: studenti già condizionati e rassegnati, famiglie spaventate da una reale crescita in autonomia dei loro ragazzi, insegnanti che preferiscono difendersi dietro modalità didattiche stanche e inefficaci che li inaridiscono dal di dentro. Per questo motivo è utopistico pensare che possa esservi una qualche riforma in grado di rovesciare le prospettive. In questo come in tenti altri ambiti il cambiamento può solo arrivare dal basso, dai singoli. In maniera informale e silenziosa, se e quando si affermerà una nuova concezione dei rapporti sociali basata meno sull'utilità e più sulla persona, allora sarà automatico anche un diverso atteggiamento degli insegnanti nei confronti dei loro alunni, per il quale non sono necessarie particolari doti psicologiche o competenze specifiche, ma solo l'adozione di un differente punto di vista.

lunedì 23 gennaio 2012

Delle cose militari


Quando, studiando la storia del passato o leggendo i fatti del presente, ci si trova di fronte alla guerra vi è una tendenza inconsapevole a formulare giudizi articolati; ad esempio decidere chi sono i buoni e chi i cattivi, ragionare sulle cause che hanno portato al conflitto, ipotizzare conseguenze positive in seguito all'affermazione di un nuovo ordine. Talvolta è capitato e capita anche a me, ma se mi metto a riflettere cercando la radice più profonda di tutto ciò, mi accorgo che questo è sbagliato. Non vi è infatti nessuna considerazione che si addice alla guerra, eccetto il suo rifiuto semplice e radicale. Qualsiasi guerra (guerra di secessione, guerra di successione, guerra di conquista, guerra partigiana, guerra di liberazione, guerra santa, guerra portatrice di democrazia...) la si ottiene dal genere "guerra" aggiungendo un'opportuna differenza specifica. Ma una specie eredita dal genere tutti i suoi caratteri e poi ne aggiunge di nuovi che però non possono essere in contraddizione con quelli precedenti; come può dunque essere inaccettabile la guerra (cosa che a parole tutti proclamano) e poi addirittura santa la guerra fatta in nome della religione?
Non ci sono molte analisi da fare sui vari eventi bellici; una sola parola è opportuna: rifiuto. Di solito, arrivati a questo punto della discussione le "persone di buon senso" sfoderano un argomento apparentemente formidabile: va bene, ma cosa avresti fatto con Hitler o con Bin Laden? Avresti lasciato che tutto il mondo cadesse sotto il giogo nazista o che alle donne italiane venisse imposto il burka e che la basilica di San Pietro fosse trasformata in una moschea? L'argomento è sottilmente fallace, dato che considera una dinamica sociopolitica solo nella sua fase finale anziché nella sua interezza. Non si parla infatti delle condizioni oggettive che portarono la Germania del primo dopoguerra a precipitare nell'incubo nazista, né delle ingiustizie perpetrate in molte parti del nordafrica e medio oriente che hanno regalato validi argomenti all'integralismo islamico. La contraddizione si è mostrata in tutta la sua evidenza nell'ultima crisi internazionale, laddove un capo di governo occidentale (ahimé, il nostro!) baciava l'anello a Gheddafi e dopo poche settimane mandava aerei da guerra a bombardare la Libia.
Il fatto è che l'ingiustizia, la corruzione e lo sfruttamento generano risentimento e instabilità e creano le condizioni ottimali per l'esplodere della violenza organizzata. Quando poi si è passato il punto di non ritorno ecco che le "persone di buon senso" ci spiegano come di fronte a mali ben più gravi o per proteggere civili inermi non c'è altra strada che un "intervento umanitario" (grottesco ossimoro, come se nel tirare bombe a casaccio sui quartieri delle città possa esservi qualcosa di umanitario).
Insomma, la guerra non deve neanche essere presa in considerazione, è un confine da non valicare per nessun motivo, poiché la guerra è morte incomprensibile. La morte infatti non è necessariamente qualcosa di male: senza la morte noi saremmo ancora - dopo tre miliardi e mezzo di anni - un esercito di protobionti che sguazzano nel brodo primordiale; con la morte chi ha già giocato la sua partita lascia libero il campo ai nuovi, liberando risorse e lasciando in eredità un prezioso capitale di conoscenze e di saggezza. La morte però, per essere accettata e comprensibile, deve seguire le sue regole, che sono essenzialmente due. In primo luogo un genitore non dovrebbe mai seppellire il proprio figlio; la seconda regola è che un uomo (o una donna) non dovrebbe mai morire quando i suoi figli hanno ancora bisogno di lui (o di lei). Bene, nella guerra queste regole vengono violate entrambe; nei campi di battaglia giovani vite vengono troncate lasciando anziani genitori preda di un dolore così straziante che non può essere neppure concepito e bambini disorientati che non avranno la più importante guida nel cammino verso l'età adulta. Nella guerra tutto è assurdità e follia, l'orrore è talmente grande da sovrastare le buone ragioni - se ve ne sono - come il fiume di fango di una frana travolge un piccolo fiore. Mi spiace quindi per la patria che chiama, per il proletariato oppresso che reclama la sua libertà, per la democrazia che deve essere portata a popoli arretrati che vivono ancora secondo codici medioevali, per la giusta causa della lotta al terrorismo... ma tutto questo mi puzza di tragico inganno, perché un soldato morto - da qualsiasi parte abbia combattuto - ha comunque perso. Perciò di fronte alla guerra, qualsiasi guerra, ho solo una parola: no.

giovedì 12 gennaio 2012

La radice dell'errore


L'errore è una esperienza con la quale quotidianamente tutti ci confrontiamo. Ogni giorno, due, tre... molte volte, mi rendo conto di aver sbagliato qualcosa. Per fortuna il più delle volte le conseguenze sono minime, ma sempre rimane un senso di sottile frustrazione. La maggior parte degli errori che si commettono, non riguardano problemi difficili, situazioni di complessità così elevata che non si riesce a seguirne il filo; si sbagliano le piccole cose, ciò che è fin troppo semplice. Quando si vuol trovare una causa all'errore è quasi automatico fare riferimento alla scarsa concentrazione; gli errori sono sempre "errori di distrazione". Ma non è così. Certo, la concentrazione è importante, è necessaria, ma una concentrazione così rigida che limiti le possibilità della mente finisce per essere controproducente. Mi riferisco a quelle situazioni in cui l'attenzione è spasmodicamente fissata su un unico procedimento al punto da perdere volutamente di vista tutto il resto. Questo sarebbe positivo se la realtà separabile nettamente e senza ambiguità in ambiti, problematiche, situazioni... tanti universi ognuno con il proprio linguaggio e sistema di valori e significati. Il mondo però non è così. Il mondo è una vorticante e inestricabile danza in cui le cose permangono per un attimo e poi si gettano l'una nell'altra dissolvendosi. Quella di separare è una penosa illusione dell'osservatore che conosce solo per astrazione e per concetti. Si badi bene che non sto dicendo che concentrarsi su un problema è una cosa sbagliata, il punto è piuttosto andare oltre la concentrazione, essere fissi sul cuore del problema che si ha di fronte ma con una profondità tale da essere in grado di tenere presenti anche altre sollecitazioni. Ciò significa: in negativo che l'essere concentrati su una cosa non deve renderci ciechi di fronte a qualsiasi "minaccia" che arrivi da altre parti (è ben noto l'aneddoto di Talete che, camminando con gli occhi rivolti alle stelle, non vide una buca e ci cascò dentro); in positivo che l'abbracciare con troppa convinzione una strategia di risoluzione finisce per non farci vedere altre strade più rapide ed eleganti che avrebbero potuto essere seguite per risolvere un certo problema.

venerdì 2 dicembre 2011

Insegnanti efficaci


Se l'insegnamento è una attività, il metro più adatto per giudicarla è quello dell'efficacia. Questo però implica che siano ben chiare le finalità dell'attività, e la cosa non è affatto banale. In maniera semplicistica si sarebbe tentati di dire che un certo insegnamento è stato efficace quando gli alunni hanno imparato la materia. Ma che cosa significa "imparare la materia"? Essere in grado di sostenere brillantemente le verifiche? Sicuramente è una condizione necessaria, ma non basta. Se infatti tutto il processo si svolgesse senza alcun riferimento all'esterno del sistema scolastico, esso presenterebbe i caratteri dell'autoreferenzialità e non potrebbe essere in aclun modo significativo. In questo ambito, come in qualsiasi altra attività umana, il senso deve avere una origine trascendente (cioè esterna al contesto a cui fa riferimento). L'efficacia dell'azione didattica non può quindi ridursi alle nozioni apprese o alle abilità acquisite, piuttosto la si potrà riconoscere nel fatto che l'alunno ha subito dei mutamenti nelle proprie attitudini e capacità, mutamenti che si manifestano nei modi in cui egli risponde alle situazioni reali che si trova quotidianamente a fronteggiare.
La psicologia rogersiana dà una precisa definizione di insegnante efficace, e rappresentano sicuramente un aiuto prezioso le indicazioni utili per instaurare un rapporto autentico e fruttuoso con gli alunni, tuttavia questa è solo una parte della più generale efficacia; potremmo chiamarla "efficacia sintattica", nel senso che è un metodo potente per migliorare la comunicazione ma non entra nel merito dei contenuti che vengono comunicati. Ora, l'insegnante non ha facoltà di decidere i contenuti, essendo vincolato al programma; egli ha però uno spazio di manovra sul modo in cui tali contenuti vengono contestualizzati, e quella è forse la direzione in cui muoversi - scegliendo anche contestualizzazioni diverse dello stesso argomento per studenti diversi - per far sì che quello che viene insegnato acquisti un valore nella vita degli alunni.




venerdì 4 novembre 2011

Una certa idea di scuola


L'uomo è complesso per essenza, e i suoi bisogni più fondamentali rimandano alla complessità. L'individuo è complesso, ma allo stesso tempo è creatore di complessità, per questo motivo l'apprendimento è un momento fondamentale. Specialmente nella prima fase della vita una persona non può farcela da sola; da sola andrebbe poco al di là della mera sopravvivenza. Ma se guidata e istruita è in grado di realizzare cose inimmaginabili per qualsiasi altra specie. La scuola può quindi essere il momento della liberazione delle moteplici possibilità, in cui viene fornito all'individuo ciò che non potrebbe mai ottenere da solo, il dono più prezioso, una guida per riconoscere i suoi fini ontologici e per muoversi verso di essi.
La scuola può essere però anche l'esatto opposto: formidabile strumento di cristallizzazione dei rapporti sociali. In tal caso sia i temi trattati che le modalità dello stare insieme sono orientate a limitare l'aspirazione degli individui alla realizzazione dei loro fini, cosicché possano essere stabilizzate le piccole e grandi asimmetrie (di solito a vantaggio delle classi dominanti).
Insomma, l'insegnamento può essere una attività altamente sovversiva (sii te stesso, esprimiti, metti in dubbio, cerca la tua strada, ti ascolto...) o il primo baluardo per la conservazione dello status quo (nozioni, disciplina, competizione, ansia, dinamica premio-punizione, sei giudicato, ti spiego...).
 

martedì 11 ottobre 2011

Empatia cognitiva


Può succedere (a me capita spesso) che un insegnante presenti un argomento facendo bene attenzione a non dare nulla per scontato, spiegando anche i minimi passaggi, insomma, mettendocela tutta, e poi verifichi che in quella classe dove per mezz'ora tutti sono rimasti ad ascoltarlo con aria assorta e a prendere appunti in religioso silenzio, solo un paio (magari sempre i soliti due) hanno colto più o meno vagamente il senso di tutta la spiegazione.
Si rimane invero un po' delusi e ci si domanda se c'è qualcosa che non va in noi o in loro. In realtà quello che accade non è una banale questione di inadeguatezza; in quei momenti si toccano i limiti della conoscenza. Si tratta di limiti che affondano le radici nella natura stessa del linguaggio, nella componente soggettiva del profilo epistemologico che uno stesso termine ha per due persone diverse, in ultima analisi nell'imprevedibilità dei giochi linguistici. A volte è un significato che manca all'allievo senza che il professore abbia tenuto in conto questa possibilità; altre volte è invece un significato posseduto troppo stabilmente che non lascia spazio per interpretazioni differenti e più ricche. Talvolta insegnare significa fornire e costruire, più spesso togliere e smantellare. Chiarirò il concetto con un esempio. Quando si parla di numeri interi positivi un principio base è il fatto che non si possa sottrarre una quantità più grande da una più piccola; tuttavia nel caso degli insiemi è possibile sottrarre un insieme più grande da uno più piccolo (si tratta infatti di togliere al primo gli elementi che esso ha in comune con il secondo, indipendentemente dal fatto che quest'ultimo sia più grande o più piccolo dell'altro). Se dunque non smantelliamo prima la convinzione che non si possa mai togliere una cosa più grande da una più piccola non si potrà capire la sottrazione tra due insiemi.
Il sistema di nozioni, pregiudizi, convinzioni di un individuo è come un paesaggio accidentato fatto di rilievi e avvallamenti nel quale chi insegna deve innestare nuove idee e concetti, e non ci sono due studenti con lo stesso paesaggio cognitivo. La cosa più importante ai fini dell’efficacia che un insegnante possa fare è proprio quella di acquisire il punto di vista dei suoi studenti e presentare gli argomenti non dalla propria bensì dalla loro prospettiva. Ci sono persone che hanno la capacità (innata o coltivata) di capire quello che gli altri provano, di vedere il mondo con gli occhi degli altri; questa capacità si chiama empatia e riguarda la sfera dei sentimenti e delle emozioni. Io affermo che esiste un secondo tipo di empatia, che potremmo chiamare empatia cognitiva, che consiste nella capacità di considerare le situazioni dall’interno dei modelli di qualcun altro. È qualcosa di difficile e strano che trascende l’ambito ristretto dell’insegnamento, ma riguarda piuttosto quello della comunicazione umana e dell’eterno problema del capire e farsi capire.



mercoledì 24 agosto 2011

Cibo e spirito


La profondità della vita mentale passa anche (e non in piccola parte) per il rapporto con la corporeità. Muoversi molto, respirare consapevolmente, dare attenzione ad ogni azione e parte del corpo è importante per liberarsi dai contesti limitanti che conducono alla sofferenza inutile e autoinflitta. Non meno importante è l'atto di mangiare e bere. Il nutrimento che quotidianamente entra nel nostro corpo può portare energia ma anche fatica, benessere ma anche sofferenza, può preservarci in lunghi anni di equilibrio ottimale ma anche ucciderci lentamente giorno dopo giorno. Per questo motivo dalla sapienza antica come dalla scienza moderna emergono indicazioni di stili positivi che vanno tutti nella direzione di eliminare le dipendenze da quelle abitudini che come sassi pesanti ci trascinano inesorabilmente verso il basso, mentre siamo convinti di godere di un piacere che alla lunga si rivelerà inautentico. Sebbene sia meno ovvio, eliminare ogni possibile dipendenza significa anche eliminare l'eventuale dipendenza da quegli stessi principi aurei, prima che diventino fattori identificanti e quindi una prigione. In altri termini, mangiare e bere con gioia sempre, anche quando ciò implica una occasionale trasgressione.
Detto questo, è bene affermare esplicitamente che se l'eccezione è ammessa, la regola è ben altra. La carne innanzitutto; meno se ne mangia e meglio è. Si tratta infatti di una materia che ha ancora in sé la memoria della grande sofferenza degli attimi che precedettero la morte, e in qualche modo, quando la mangiamo quella sofferenza diventa nostra. È anche una materia che ha richiesto una lunga costruzione (dal sole, dall'acqua e dalla terra la pianta, dalla pianta l'animale) e che quindi richiede a noi una grande energia per poter essere nuovamente ridotta ai nutrienti fondamentali, energia che così viene tolta ad altre operazioni.
Vi è poi la semplicità dei cibi. Tutto quanto è inscatolato, confezionato, fatto per durare mesi o anni, non può che avere un effetto negativo sulle funzioni dell'uomo. Infatti ciò che vive è in continuo cambiamento per sua stessa definizione, e i processi di cambiamento non hanno termine neppure con la morte, anzi la corruzione è produzione di nuovi mattoni biologici elementari, cosicché post-morte e pre-vita finiscono per sovrapporsi in modo tale che non si distingue bene la fine di un individuo dall'inizio o il mantenimento di un altro. Com'è possibile allora bloccare la regolare dinamica di un processo di decomposizione senza un intervento altamente innaturale, e come tale contrario all'essenza stessa del vivente? Per lo stesso motivo è da privilegiarsi il prodotto che ha subito la minor quantità possibile di trattamenti e azioni : meglio il prodotto di stagione e che non viene da lontano, meglio l'agricoltura biologica.
Infine, nessuna analisi chimica o organolettica, potrà mai evidenziare la virtù di un cibo che è stato coltivato da noi stessi. È difficilmente spiegabile, ma la sensazione è chiara; quando dedichiamo tempo e attenzione a una pianta, e ci ricordiamo di lei ogni giorno per l'acqua e le usuali cure, e poi arriviamo a coglierne i frutti e finalmente a mangiarli, in quel momento e come se la natura ci restituisse ad un tasso di interesse strepitoso tutta l'energia spesa e le cure profuse.